«Ero affacciato a poppa, vidi le eliche sfilarsi». Il tempo è buono, l' acqua liscia come olio. Ma Ruggero Bauli, classe 1895, futuro fondatore dell'industria dei pandori, segue l' istinto: afferra un salvagente e si tuffa. Dopo, scoppia il caos. Tra le vittime della «Principessa Mafalda», piroscafo italiano sulla rotta Genova-Buenos Aires naufragato il 25 ottobre del 1927, poteva esserci anche lui.
Oltre trecento tra suicidi, annegati, divorati dai pescicani. Ma Bauli ce la fa: l'onda del naufragio lo spinge nella rete di una nave accorsa in aiuto. E la vita ricomincia. Per caso, o forse, per destino. Che oggi diventa storia, raccontata da suo figlio Alberto, e celebrata, in occasione dell' 80° anniversario, in una giornata di studi a Gamalero, provincia di Alessandria: «Storia di una nave e di una principessa (secondogenita di Vittorio Emanuele III)», organizzato da Artes (associazione ricercatori tesori della storia).
Lo scopo: fare chiarezza su un affondamento «ingiustamente trascurato». A cominciare dal carico, tuttora un mistero: un prezioso scrigno con 80 chili di oro del valore di 250 mila lire che il governo italiano aveva deciso di consegnare all' Argentina, come contributo per l' accoglienza degli immigrati italiani. Che fine ha fatto? «Le testimonianze parlano di una cassa pesante, con catene e lucchetti - spiega Giorgio Giorgerini, scrittore e consulente della Marina militare -, in teoria dovrebbe essere ancora in fondo al mare; nessuno, però, ne ha la certezza».
I problemi si notano sin dalla partenza. «La Mafalda salpò in ritardo, poi si fermò 24 ore a Barcellona per un guasto a una pompa». Riparazioni anche a Dakar, in Africa. Nell' attraversata, inoltre, la nave si sposta inclinata, a tal punto «che non si potevano appoggiare le tazzine di caffè perché si rovesciavano».
Ma il viaggio prosegue. Nei saloni di prima classe si balla con l' orchestra. Alle 17 si serve il tè. L' ultimo. Bauli, ragazzone alto e forte, al suo secondo viaggio in Argentina per trasportare le attrezzature da pasticciere (vuole aprire un negozio), si è appena sbarbato. Se ne sta a poppa, a 80 miglia al largo del Brasile. Poi vede «le eliche sfilarsi». Per la «Principessa Mafalda» è la fine: «La nave imbarca acqua, si spengono le caldaie».
Il comandante Simone Gulì ordina l' evacuazione, e dirige le operazioni con una pistola. L' ufficiale telegrafista, Luigi Reschia, continua a lanciare l' allarme. Un messaggio che ripete fino alla morte: «Mafalda di Savoia, Sos, Mafalda di Savoia, Sos, venite a salvarci». Sono dodici le navi che lo ricevono, ma nessuna si avvicina. Colpa del fumo, che induce a credere che il piroscafo stia per esplodere.
Sbagliato. Ma finisce così: si salva solo chi raggiunge le barche. Come Bauli, sollevato da un' onda. «Mafalda», invece, si inabissa, a 1.400 metri. Le vittime, ufficialmente, sono 20-30, un numero contenuto «per ordine del regime fascista», come spiega Enrica Magnani Bosio, studiosa di Casa Savoia: «Non si voleva spaventare la popolazione. Quella per il Sud America era una rotta importante per gli emigranti».
Ruggero Bauli perde i macchinari, ma non i sogni. Sbarca a Rio de Janeiro, fa il tassista per nove mesi, poi si sposta a Buenos Aires e diventa pasticciere. Torna in Italia nel 1937 e, dopo la guerra, parte con l' industria dei pandori. Strano destino, invece, quello delle navi intitolate alla principessa Mafalda: nell' agosto 1944 affonda un altro battello con il suo nome, al largo di Trieste.
E, ancora una coincidenza, proprio quando lei stessa scompare nel campo di concentramento di Buchenwald. La «Principessa Mafalda», realizzata dal Lloyd Italiano Società di Navigazione, fu varata nel 1908. Era lunga 141 metri, larga 17. Aveva 100 posti di classe di lusso, 80 di prima, 150 di seconda, 1.200 posti per emigranti in stanzoni e nei corridoi delle stive.
Mottola Grazia Maria



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